Valter Lavitola, indagato nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato nell’ottobre scorso davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, davanti ai pm che lo hanno convocato per l’interrogatorio si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha reso alcune dichiarazioni spontanee respingendo le accuse e sostenendo di non avere idea di quale possa essere stato il movente. “Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente”, avrebbe detto. Lavitola si è detto “sconcertato” dell’accusa di essere il mandante alla luce del rapporto di “fraternità” che lo lega a Ranucci.
Per quanto riguarda la sua presenza sul luogo dell’attentato dinamitardo un mese prima dei fatti avrebbe detto che spesso “andava lì a trovare Ranucci”. In merito al ruolo sull’uomo accusato di essere l’intermediario, Gomes Clesio Tavares, ha sostenuto di “non averlo mandato in Camerun”, lui “sta spesso lì e ciò è riscontrabile dal suo passaporto. Ora si trova nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit”. Al termine dell’atto istruttorio, durato due ore, Lavitola ha lasciato la città giudiziaria di piazzale Clodio da un’uscita secondaria a bordo di in taxi accompagnato dai propri difensori.
L'avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, prima di entrare in procura parlando del proprio assistito ha detto: "È sconvolto per le accuse che gli sono state mosse e ciò in ragione dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci come confermato dallo stesso giornalista".
In un'intervista al Corriere Ranucci è tornato a ribadire quanto già dichiarato: "Io posso solo pensare che lui non avrebbe mai voluto fare del male a me e alla mia famiglia. Ho piena fiducia nel lavoro della magistratura e in quello dei nuclei dei carabinieri che stanno indagando su questa storia. Le loro indagini sono state straordinarie sotto ogni profilo, anche quello etico e morale. Secondo me c'è qualcosa che non torna. Per esempio, sicuramente lui non poteva sapere quella sera quando sarei tornato a casa. Ho riletto i messaggi che ci siamo scambiati, non credo che siano dettagli", aggiunge Ranucci, "però è anche vero che bisogna aspettare ulteriori sviluppi nelle indagini". Il giornalista continua: "Fra di noi penso ci sia un affetto sincero. Quindi posso immaginare, ma è solo una mia ipotesi, che l'attentato non fosse tanto diretto a me, piuttosto a qualcun altro per non farmi arrivare qualche notizia. Ecco perché comunque penso che non mi avrebbe mai fatto del male. Insomma, un gesto trasversale".

