Decenni di silenzio, all'ergastolo, chiuso tra le mura di un carcere confortevole (per quanto lo possano essere un carcere). Poi Roberto Savi, ex poliziotto a capo della banda della Uno Bianca, ha deciso di parlare: non con i magistrati, ma con un'intervista da brividi a Belve Crime di Francesca Fagnani trasmessa il 5 maggio Cosa l'abbia spinto a farlo, a dire e a non dire, lo sa solo lui. L'unica cosa certa è che non gliel'hanno fatta passare liscia. Con un provvedimento urgente del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, è stato prelevato nei giorni scorsi dal penitenziario modello di Bollate, alle porte di Milano, e trasferito nel carcere di Ferrara.
Un carcere tosto, dove esiste anche un reparto 41 bis per i detenuti a massima sicurezza. Non risulta che per ora Savi vi sia stato assegnato. Ma il trasloco la dice comunque lunga sull'accoglienza che l'intervista di Savi ha trovato nel ministero e nella magistratura di sorveglianza. I primi ad insorgere erano stati i familiari delle vittime della Uno Bianca, la banda dei fratelli Savi (insieme a Roberto, i suoi fratelli Fabio e Alberto) più altri complici occasionali: «Ritroviamo in tv un pluriomicida che biascica cose che non aiutano in niente il percorso verso la verità e la giustizia», aveva detto il figlio di Alberto Capolungo, l'ex carabiniere assassinato a sangue freddo dai Savi durante l'assalto a un armeria. Proprio sull'omicidio di Capolungo Savi aveva lanciato alcuni dei suoi messaggi inquietanti, sostenendo che non si era trattata della conseguenza di una rapina in armeria finita male («di armi ne avevamo già quante ne volevamo») ma di uno dei delitti su commissione eseguiti su mandato di apparati deviati dello Stato cui accennava parlando dei viaggi a Roma a prendere ordini: «quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».
L'intervista di Savi ha fatto aprire una nuova indagine da parte della Procura di Bologna. Subito dopo il fratello Fabio, detenuto anche lui a Bollate, si è precipitato a fare un'altra intervista smosciando tutto: «Né coperture né servizi segreti».
Ma intanto sui motivi della scelta di Roberto, dopo oltre trent'anni, di uscire dal silenzio si sono accavallate ridde di ipotesi. E il ministero ha deciso di intervenire drasticamente: il maggiore dei Savi lascia il carcere dove stava affrontando un percorso che prima o poi gli avrebbe aperto le porte della semilibertà, e viene catapultato a Ferrara dove (41 bis a parte) il clima non è roseo: l'altro giorno una rissa furibonda tra detenuti di diverse etnie è finita nel sangue.

