L’Italia manda i cacciamine verso Hormuz: le navi speciali che possono salvare il traffico globale

Scritto il 16/05/2026
da Francesca Salvatore

Crotone e Rimini sono partiti da Augusta verso Gibuti in via precauzionale. Il loro compito è individuare e neutralizzare mine capaci di bloccare rotte strategiche

Nel nuovo equilibrio geopolitico del Mediterraneo allargato e del Golfo Persico, l’Italia ha rimesso in primo piano una delle sue capacità navali specialistiche e meno conosciute: la guerra alle mine.

Lo aveva anticipato mercoledì in Parlamento il ministro della Difesa Guido Crosetto: “Nel momento in cui dovesse aprirsi uno scenario di pace, alle unità navali dei Paesi alleati servirebbe quasi un mese di navigazione per raggiungere il Golfo. Per questo, in via precauzionale, stiamo predisponendo il posizionamento di due cacciamine in un’area più vicina allo Stretto di Hormuz”. Poche ore dopo l’annuncio, i cacciamine Crotone e Rimini, specializzati nelle operazioni di bonifica da mine e ordigni subacquei, hanno lasciato il porto di Augusta, in Sicilia.

La prima destinazione operativa è Gibuti, dove l’Italia dispone di una base militare strategica lungo una delle principali rotte marittime globali: il corridoio che collega il Mediterraneo al Golfo Persico e all’Asia attraverso il Canale di Suez. Data la velocità limitata delle due unità, il viaggio verso l’eventuale area operativa nel Golfo potrebbe richiedere circa un mese, comprese alcune soste tecniche lungo la navigazione.

Non sono navi pensate per il combattimento navale tradizionale né per il lancio di missili. Il loro compito è più silenzioso ma decisivo: trovare e neutralizzare ordigni subacquei capaci di bloccare porti, petroliere e traffici strategici globali. In uno scenario dove una singola mina può paralizzare il commercio internazionale, queste unità rappresentano uno strumento essenziale di deterrenza e sicurezza marittima.

La Marina Militare dispone oggi di otto cacciamine classe Gaeta — evoluzione della storica classe Lerici — considerati fra i migliori sistemi europei di contromisure mine. Le unità sono collocate principalmente a La Spezia e operano regolarmente nelle missioni NATO di sorveglianza e bonifica. Negli ultimi mesi il Rimini ha preso parte all’operazione NATO “Noble Shield”, mentre il Crotone ne ha raccolto il testimone operativo nel Mediterraneo.

Come sono fatti i cacciamine italiani: sonar, droni subacquei e scafi amagnetici

A differenza delle grandi fregate o dei cacciatorpediniere, i cacciamine italiani sono unità relativamente compatte: circa 52 metri di lunghezza, meno di 10 metri di larghezza e un dislocamento intorno alle 700 tonnellate a pieno carico. Ma dietro dimensioni contenute si nasconde una tecnologia estremamente sofisticata.

La caratteristica più importante è lo scafo. Le navi classe Gaeta sono costruite in F.R.P. (Fibre Reinforced Plastics), una speciale vetroresina amagnetica che riduce quasi completamente la firma magnetica della nave. È un elemento fondamentale: molte mine navali moderne si attivano proprio rilevando variazioni magnetiche provocate dal passaggio di un’imbarcazione metallica. Utilizzando materiali amagnetici, i cacciamine possono avvicinarsi agli ordigni senza farli esplodere.

La navigazione durante le operazioni di caccia avviene a velocità molto ridotte, circa sei nodi, per consentire ai sonar di scandagliare il fondale con estrema precisione. Le unità impiegano sistemi sonar a profondità variabile capaci di identificare anomalie sul fondo marino e distinguere un ordigno da un semplice detrito.

Una volta localizzato un possibile bersaglio entrano in azione i ROV, i veicoli subacquei filoguidati telecomandati dalla nave. Il Crotone e il Rimini ne impiegano due per unità. Questi droni possono operare fino a circa 600 metri di profondità, trasmettendo immagini e dati in tempo reale agli operatori di bordo. Se l’oggetto viene identificato come mina, il ROV può posizionare cariche esplosive controllate per neutralizzarla a distanza di sicurezza.

I cacciamine italiani dispongono inoltre di sistemi integrati di navigazione e tracciamento, apparati di radionavigazione avanzata e camere iperbariche per supportare le attività dei palombari del COMSUBIN, il reparto subacqueo d’élite della Marina. Negli ultimi anni le otto unità classe Gaeta sono state sottoposte a programmi di aggiornamento tecnologico focalizzati sui sensori di ricerca mine, sui sistemi di comunicazione e sul comando e controllo operativo, così da mantenerle interoperabili con le marine NATO.

Equipaggi ridotti ma altamente specializzati

A bordo di un cacciamine non operano grandi equipaggi. Il Crotone conta ufficialmente 44 membri, mentre il Rimini arriva a circa 50 marinai tra ufficiali, sottufficiali e personale tecnico. A questi si aggiungono spesso nuclei specializzati del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) del COMSUBIN.

Si tratta di equipaggi molto diversi da quelli delle grandi navi da combattimento. Ogni marinaio riceve formazione altamente tecnica: analisi sonar, operazioni subacquee, gestione di droni marini, guerra elettronica, sicurezza esplosivi e cartografia dei fondali. Le operazioni richiedono infatti tempi lunghi, concentrazione costante e precisione assoluta. Un errore durante l’identificazione di una mina può compromettere l’intera missione.

La vita operativa è particolarmente impegnativa. Durante le missioni NATO o UE gli equipaggi restano in mare per settimane o mesi, lavorando in turni continui. Le operazioni di bonifica vengono spesso eseguite in aree ad alta tensione geopolitica, dove la minaccia non è soltanto rappresentata dagli ordigni subacquei ma anche dal rischio di escalation militare.

Il Crotone ha recentemente ottenuto la certificazione MAR.EVAL, attestato che certifica il livello di prontezza operativa e addestrativa dell’equipaggio prima dell’impiego internazionale. Queste navi svolgono, inoltre, numerose attività “dual use”, cioè utilizzabili anche in ambito civile. Grazie ai sonar e ai ROV vengono impiegate nella ricerca di relitti, nella protezione di infrastrutture strategiche sommerse — come cavi sottomarini, oleodotti e gasdotti — e in missioni scientifiche insieme ad altri enti dello Stato.

Perché Hormuz rende i cacciamine italiani cruciali per l’Europa

La guerra alle mine è tornata centrale nella pianificazione militare occidentale. Le mine moderne sono difficili da individuare, possono essere ancorate, adagiate sui fondali o attivate tramite sensori magnetici e acustici. Neutralizzarle richiede mezzi specializzati e personale altamente addestrato, capacità che non tutte le marine possiedono.

L’Italia, invece, viene considerata una delle eccellenze NATO nel settore. Il progetto italiano delle classi Lerici e Gaeta è stato, infatti, esportato all’estero e ha influenzato anche programmi navali di Stati Uniti, Australia e altri Paesi alleati. Un gruppo di cacciamine italiani può bonificare fino a dieci miglia quadrate di mare al giorno, operando insieme a fregate, pattugliatori e navi logistiche.

Durante il trasferimento, il dispositivo navale italiano sarà rafforzato dalla nave di supporto logistico Atlante e dalla fregata multiruolo Montecuccoli, dotata di sistemi avanzati di difesa aerea. Complessivamente il gruppo navale coinvolge circa 400 militari, impegnati nelle ultime settimane in attività di addestramento nel Mediterraneo in vista di un possibile impiego internazionale.

Il contingente italiano dovrebbe integrarsi nel futuro dispositivo multinazionale che diversi Paesi alleati stanno predisponendo per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Crosetto ha però chiarito che un eventuale intervento italiano resta subordinato a precise condizioni politiche e diplomatiche. Davanti alle Camere il ministro ha spiegato che qualsiasi missione dovrà essere inserita in una legittima cornice giuridica internazionale e ottenere il consenso di tutti gli attori coinvolti nella regione. Secondo il ministro, sarà quindi necessaria una tregua condivisa o comunque un quadro di stabilizzazione prima di autorizzare operazioni di bonifica nello Stretto. Nel frattempo, i cacciamine italiani continueranno ad avvicinarsi all’area di crisi, così da poter intervenire rapidamente qualora arrivasse il via libera.