Angelo Binaghi non è mai stato tra i primi cinquecento tennisti al mondo. Si è fermato poco più in là, sulla casella 530. Era il 1983, quando vinse la medaglia d'argento nel doppio alle Universiadi di Edmonton. Questi successi sono il suo rammarico, perché lui in fondo sentiva di poter realizzare qualcosa di più. Non per il talento, che ha sempre considerato una beffa del destino, ma per la sua intelligenza da ingegnere. Quello che non ha fatto sul campo lo ha realizzato da dirigente. Non c'è dubbio che il tennis stia vivendo una stagione leggendaria. Non c'è solo l'avventura straordinaria, quasi impensabile, di Sinner, ma c'è un movimento di grandi giocatori che si rischia di considerare scontati. Non lo sono. È il frutto di investimenti, scelte coraggiose, programmazione e un pizzico di fortuna. Binaghi merita il successo, ma ora fatica a gestirlo. C'è sulla sua pelle ancora la cicatrice di quella insoddisfazione, di quell'ingiustizia, di quel talento latitante che non sopporta negli altri e non perdona a se stesso. Ecco perché ogni tanto esce il livore. È successo con l'impiccio di date tra il calcio e il tennis, tra il derby e la finale degli Internazionali, tra i calendari degli uni e degli altri. In questa storia non ci sono innocenti e colpevoli, non ci sono i bravi e gli inetti. Sono tutti un po' improvvidi o distratti, compreso Binaghi. Solo che lui non lo accetta e scarica il veleno solo sui meschini del pallone. "Abbiamo un torneo che fa parte di un circuito internazionale, c'è qui il supervisor dell'Atp che non credo possa spostare l'orario perché c'è un deficiente che ha organizzato un calendario del calcio fatto con i piedi". Non è solo caduta di stile, non è solo arroganza. È il calcio dell'asino. È vedere lo sport un tempo popolare a terra, con l'onta dei tre mondiali mancati, e maramaldeggiare con malagrazia. Il tennis si vendica del pallone e lo fa adesso che sono passati gli anni bui, quando per un terzo turno in uno Slam si brindava a spumante. Ecco, almeno in questo caso, il buon Binaghi si è ritrovato a indossare i panni del parvenu, con don Calogero Sedara nel "Gattopardo". Solo che certe cose prima o poi si pagano e non basta entrare con la Federtennis nel nuovo gruppo editoriale della Stampa. Il tarlo del signor Binaghi resta il tennista che non è stato.