nostro inviato ad Ankara
Non è il tavolo della pace, né tantomeno della riconciliazione. Perché ci sono casi in cui cerimoniale e protocollo vincono su qualsiasi dissapore tra leader. Fatta questa premessa, non c'è dubbio che la cena offerta da Recep Erdogan e consorte ai trentadue capi di Stato e di governo presenti al vertice Nato di Ankara non passa inosservata. Nello sfarzoso salone del Palazzo presidenziale, infatti, la formazione del tavolo d'onore vede seduti Donald Trump, Erdogan, il presidente francese Emmanuel Macron e consorte, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e consorte, Giorgia Meloni, il premier britannico Keir Starmer e il segretario generale della Nato Marke Rutte. La premier è tra questi ultimi due, con il presidente americano di fronte. Di fatto, dunque, il primo contatto dopo il grande gelo delle ultime settimane. Tanto che nei giorni scorsi in molti avevano supposto che i due si sarebbero tenuti a debita distanza. Non è andata così, al netto del fatto che i tavoli li ha decisi il cerimoniale turco e che in un tavolo a cui sono seduti nove leader, è quasi certo che delle interazioni sui temi in discussione ci siano. Non è un caso che quando alle 23 Meloni rientra in albergo decida di concedersi una sola battuta prima di salire in camera. Come va con Trump? "Rapporti cordiali". E c'è stato un chiarimento? "Vi ho già risposto", dice imboccando l'ascensore. La cena che apre il summit dell'Alleanza serve comunque a mandare un segnale politico. Non certo limitato al complicato rapporto tra Trump e Meloni, quanto più nel complesso. Il presidente americano, infatti, ieri non ha comunque perso l'occasione per affondare nuovamente contro tutti gli alleati europei. Berlino, Londra e Parigi che "ci hanno voltato le spalle" e Roma perché "Meloni mi piace ma non ci aiuta". E con tutti, solo qualche ora dopo, era seduto a tavola.
Un vertice a cui Meloni è arrivata con un ritardo che in molti hanno definito tattico. Tanto che non ha calcato il tappeto turchese che ha portato tutti i leader all'ingresso del Palazzo presidenziale. L'ultimo ad entrare - immortalato dal circuito chiuso della Nato - è stato proprio Trump, poi il picchetto d'onore ha chiuso le due enormi porte dell'ingresso. La premier è arrivata qualche minuto dopo, in tempo per la foto di gruppo - anche in questo caso non era vicino a Trump e per sedersi al tavolo d'onore. Un timing che ha suscitato qualche dubbio, anche se fonti vicine a Palazzo Chigi lo attribuiscono a un problema di viabilità romana, con la scorta costretta a una sorta di conversione a U in autostrada. Al netto della cronaca, anche le mosse della diplomazia si muovono alla ricerca di una tregua. Ad Ankara, infatti, ci sono anche i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto. Il primo ha avuto uno scambio a due con il segretario di Stato americano Marco Rubio. Il secondo ha invece molto insistito nel guardare soprattutto il bicchiere mezzo pieno e non quello mezzo vuoto. Parlando con i cronisti nella hall dello Sheraton Ankara hotel, ci ha tenuto a sottolineare che "i rapporti tra Stati continuano anche se due leader discutono". Trump ha detto "Meloni mi piace", quindi "bene", sorride Crosetto. Restano, certo, gli attacchi, durissimi, alla premier. Ma, aggiunge il titolare della Difesa, "non è per Sigonella". Ce l'ha con noi "perché non abbiamo partecipato agli attacchi in Iran". Dunque, per non essere stati belligeranti. Non per questo, però, Crosetto teme che ci sarà una riduzione del numero di militari americani nelle basi italiane.